Punti di vista

Una delle tappe più temute e sottaciute dell’esistenza è il primo paio di occhiali da presbite. Chi nasce miope a questo stadio può permettersi di gongolare un po’. Costretti a portare gli occhiali per una vita intera si trovano spesso una vista migliorata, proprio quando gli altri iniziano ad aggiustarsi la distanza per leggere il foglietto dei medicinali. Poi, sul fatto che le scritte di quel foglietto non siano adeguate alle capacità visive dell’utenza media ci sarebbe da discutere.

Anche chi si sente invincibile deve affrontare questa tappa e lo farà senza accorgersene. La vista si allontana molto gradatamente e all’inizio si percepisce solo del disagio nel leggere scritte molto piccole, poi si inizia ad allontanarsi istintivamente a tutto ciò che leggiamo, ma passa del tempo prima che ci si renda conto di non vederci. A volte si arriva perfino ad abbandonare le letture abituali senza sapere il perché. La fase successiva è vederci sempre meno anche da lontano, anche questo avviene per gradi, magari con qualche difficoltà nel guidare di notte. Magari vi sta già accadendo, proprio mentre sfottete qualcuno che si è fatto gli occhiali prima di voi.james[1]

Il processo inizia circa a quarant’anni, anche prima a volte, e tutti, quando se ne accorgono, si sentono un po’ più vecchi e meno ficaccioni e cercano di rimandare la spedizione dall’ottico accampando scuse del tipo “Sai, ho letto che con gli occhiali l’occhio lavora meno e diventa meno elastico”; oppure negando “no no, io ci vedo benissimo” mentre cercano di leggere tenendo la pagina con il bastoncino da selfie, perché la lunghezza del braccio non basta più. Ad un certo punto diventa una gara fra coetanei, a chi si mette gli occhiali più tardi, che può essere divertente all’inizio, ma trascende nel patetico se si protrae negli anni.

Ci sono individui che non hanno bisogno degli occhiali anche in età avanzata, ma fidatevi, la casistica è di molto inferiore al numero di cinquantenni, sessantenni e addirittura settantenni che se ne vanno in giro senza. La maggior parte di loro semplicemente non ci vede, ma non vuole ammetterlo.

Io mi sono accorta che avevo bisogno degli occhiali quando lavoravo come cassiera, se avessi ricoperto la mansione che ho adesso ci avrei messo più tempo a capirlo. Al reparto ortofrutta ti accorgi che non ci vedi solo quando controlli le scadenze e quando leggi l’orario appeso al muro, per il resto se ne accorgono gli altri… “Ehi, ma che schifo di fagioli hai messo!?”

Per i clienti il discorso è diverso, non sono pressati dal lavoro quando vengono da noi, soprattutto il sabato, molte donne vengono a fare la spesa fresche di parrucchiere, ma ti pare che sciupano il look tirando fuori dalla borsa un antiestetico paio di occhiali? Non importa che il cartello ci sia o no, che sia disallineato o sopra il prodotto, che sia piccolo o enorme, ci sarà sempre una signora sessantenne senza occhiali che verrà a chiederti dov’è. Tu dapprima glielo spiegherai a parole, ma ti basterà darle un’occhiata mentre cerca dove le hai indicato per capire che lei da sola quel cartello non lo vedrà mai. Non sono mai così brave a dissimulare una messa a fuoco da telescopio Hubble.

I più onesti vengono a chiederti le cose con introduzioni del tipo “visto che lei ha gli occhiali, quando scade questo?” come se gli occhiali li potessi avere solo tu e a loro l’ottico si rifiuta di farli. Poi ci sono quelli che si arrabbiano che la bilancia è guasta, ma in realtà hanno sbagliato mira e premuto banane invece di albicocche, quelli che nei cartelli sono in grado di leggere il prezzo, ma non la descrizione del prodotto e pretendono di pagare le zucchine quanto i porri, quelli che ti prendono a male parole quando non trovano qualcosa, anche se questo qualcosa è lì sotto ai loro occhi. Del resto quando il cliente si sente idiota a farne le spese è sempre il commesso. A questo punto però fatevi fare questo cazzo di occhiali, perché avete rotto. Non distinguereste Brad Pitt da Scarlett Johansson, ma non assomigliate a nessuno dei due. Mi chiedo, ma dove sarebbe tutta questa grande avvenenza che un paio di onesti occhiali progressivi deturperebbe in modo irrevocabile? Se avete bisogno di sentirvi giovani è perché non lo siete più, per lo meno godetevi il panorama.

Roberta Billeri, 19 giugno 2017

21 giugno 2017_ Nell’eventualità che qualcuno pensi che ho esagerato, ieri una cliente mi ha fatto un sorridente e amichevole ciao con la manina, ho risposto al saluto per educazione, ma, giuro, non ho idea di chi sia.
Un’altra per mettere a fuoco la scadenza dell’insalata ha fatto una strana smorfia che l’ha fatta assomigliare ad un limone dimenticato in frigo. Sì, perché gli occhiali ti invecchiano, invece strizzare orrendamente mezza faccia regala un fascino inaspettato.

 

Memorie di una scrittrice dilettante

Quando scrivi è perché hai difficoltà a convivere con il contenuto della tua testa, non ci sono altre motivazioni. Chi dice che scrive per diventare ricco è un imbecille, chi scrive per dare contributo all’arte è un ingenuo. Scrivi perché non puoi farne a meno, anche se in cambio ricevi, sarcasmo o pesci in faccia.

Gli scrittori si dividono in due categorie, quelli di successo e gli altri. Lo scrittore di successo è come una rockstar. La gente lo adora, se ama i suoi libri, ma lo rispetta anche se non li legge; lo detesta,  se non piace quello che scrive, ma si precipiterà a chiedere autografo e selfie da esibire sui social, se avrà occasione di incontrarlo.

Lo scrittore dilettante è un soggetto imbarazzante da frequentare. Nessuno lo conosce, non vende, non è ricco e oltretutto scrive cose di cui la maggior parte della gente si vergognerebbe. Il punto è proprio questo, chi scrive si apre completamente, ma non come tu vorresti. Non ti racconta gli affari suoi, si apre in un modo che non sai come utilizzare, allora lo utilizzi per sfotterlo.

Ho iniziato a tenere un blog nel 2012, su Tumblr. Pubblicavo con lo pseudonimo di Nessie James. Era solo il bisogno di dire quello che pensavo nell’esatto momento in cui lo pensavo, senza frantumare la pazienza di chi mi stava intorno. L’ho chiuso dopo un paio di anni e ne ho aperto un altro (questo), con toni meno aggressivi e con quella componente di saggezza che nel primo mancava. Iniziai a firmare con il mio vero nome, ma l’ho mantenuto collegato al mio pseudonimo, per continuità, in effetti non ho nulla da nascondere.

Ho iniziato a scrivere racconti nel 2014. Qualche centinaio di pagine che ho scritto in quel periodo le ho praticamente buttate, all’inizio si crede di essere liberi e di poter partire a braccio, ma non è così, serve una regola, non necessariamente uno schema, ma comunque un’idea di dove si vuole andare a parare. Così scrissi un racconto di prova, che per forza si doveva sviluppare nell’arco di 24 ore. In quelli successivi creai i miei primi personaggi.

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Se si esclude il primo i miei racconti sono l’uno il seguito dell’altro (più o meno). Quando di recente ho deciso di pubblicare ho effettuato una scrematura, scartando i primi e rivedendo uno ad uno gli altri. Alcuni sono piuttosto lunghi, non potevo metterli tutti assieme, in certe cose è meglio non abbondare.

Questa è la mia prima pubblicazione, in vendita su Amazon al prezzo di un caffè. Un racconto lungo ed uno più breve. Non sono nati in successione, ma il secondo non è inquadrato nella trama principale e sono gli unici che vedono protagonisti assoluti Attila e Tex, senza coinvolgere gli altri personaggi.

Partendo dal quinto si perdono gli spiegoni precedenti, ma forse è meglio così. Nel rivedere i racconti farò in modo di mettere quello che serve sapere, il resto resterà nel background dei personaggi che servirà più a me, per mantenere coerenza, che a chi mi legge .

Spettri di famiglia e Pallette di riso e universi paralleli

 

Beautiful mess

Lo ammetto, vedere Salvador Sobral vincere l’Eurovision Song Contest mi ha delusa, perché facevo il tifo per Gabbani. Spiazzata, perché se Sobral lo avesse chiesto a me che canzone portare, gli avrei detto “questa no, lascia perdere”. Sollevata, perché stavolta ha davvero vinto il sentimento puro e semplice, perfino un po’ melenso, ma totalmente privo di fronzoli.
Le oltre 110.000.000 di visualizzazioni su YouTube per la canzone di Gabbani, avevano scatenato in Italia speranze di vittoria e tifo da stadio. La sua sconfitta invece, ha scatenato il peggio del non saper perdere italian style. ap_17134013332357

Sobral è esattamente l’opposto della media dei concorrenti della manifestazione, niente completini azzimati, niente scenografie spettacolari, niente elaborate coreografie. Non sono sicura che il pubblico dell’Eurovision sopporterebbe quarantadue Salvador Sobral, ma di certo stavolta lo ha votato in massa. Fossi al posto di chi sceglie le candidature per i singoli paesi ne terrei conto, perché forse è il momento di dare una svolta a questa manifestazione. Visto che non sempre si rivela così utile per vendere, per lo meno che diventi un punto d’incontro di culture popolari. Io all’Eurovision vorrei ascoltare musica in tutte le lingue, non solo in inglese.
Altro segnale di questa inversione di tendenza sono i Naviband, la gioiosa coppietta bielorussa. Ad un primo ascolto, sembrano un duo da sagra della frittella. Non pensavo arrivassero in finale, ma ci sono riusciti e sono piaciuti pur con una canzone con sonorità folk e con un testo che non capisce nessuno. Ma hanno portato la lingua bielorussa sul palco del festival, una lingua penalizzata in patria, a scapito del russo, perfino dall’istruzione pubblica. Il valore aggiunto sono stati loro, con la loro allegria e simpatia e hanno regalato poesia con il bacio finale.Cyb0x9VTZoE[1]
Il nostro Francesco Gabbani era sicuramente fra i soggetti più interessanti, purtroppo da favorito che era, non è arrivato neppure nei primi tre.  Ma per lui non credo faccia troppa differenza, è arrivato al festival con un hit mondiale sotto al sedere, ci ha rimesso solo un po’ di orgoglio.
Gli altri due che si sono esibiti nella loro lingua sono l’ungherese Joci Pápai, con un pezzo etno-pop niente male e la francese Alma, con un brano un po’ banalotto e risentito.
Riguardo agli altri concorrenti la qualità della musica è stata buona, forse troppo omologata, la maggior parte di loro ha cantato in inglese, pezzi anche piacevoli, ma ad un primo ascolto si fa fatica a riconoscerli l’uno dall’altro.
Bella comunque Beautiful Mess del bulgaro Kristian Kostov, diciassette anni, ma sembra più piccolo, voce notevole e l’aria un po’ cupa, sembra la versione maschile di Mercoledì Addams. Interessanti anche Dihaj con “Skeletons” per l’Azerbaijan e Kasia Mos con “Flashlight” per la Polonia.ac3f0df1cf015943c2a0dc18fe9ec6e0.1000x1000x1
L’unico brano che davvero non mi capacito sia arrivato in finale è “I Can’t Go On”, dello svedese Robin Bengtsson , un pezzo disco talmente fritto e rifritto che non mi stupirei venisse accusato di plagio. Anche l’ammissione in finale del brano con lo yodel della Romania mi ha perplesso alquanto, ma continuo a chiedermi chi abbia votato lo svedese.
Come bilancio complessivo è il caso di dire che poteva andare peggio, soprattutto perché una manifestazione che dovrebbe unire i popoli e celebrare la diversità, è iniziata con l’esclusione di una concorrente obbligata su una sedia a rotelle da una malattia ereditaria degenerativa, cosa che ha rasentato la fantascienza, oltre che il cattivo gusto.
A quanto pare i servizi segreti ucraini al momento di dare il visto ai concorrenti, hanno vagliato il “livello di pericolosità” degli stessi, non sia mai che in un paese così aperto si faccia entrare tutti quanti a cantare come niente fosse. Così a Yulia Samoylova (la concorrente russa) è stato negato il visto perché presente in una lista nera di artisti che si è esibito della Crimea contesa. La pretesa degli ucraini è che gli artisti russi che si esibiscono in Crimea (che ora è Russia) devono chiedere il permesso alle autorità ucraine per andarci.
Alex e Vova (i conduttori) alla fine hanno rimarcato il livello di apertura e tolleranza dell’Ucraina, ma potevano anche risparmiare il fiato. Quando nel tuo paese la polizia si mette a schedare cantanti pop, è meglio non insistere troppo sul concetto di aperto o rischi di puzzare di chiuso.
Anche il fatto che Vitalii Sediuk, il tizio che ha mostrato le chiappe sul palco durante l’esibizione di Jamala, ha rischiato fino a cinque anni di prigione non mi dà alcun sollievo. Due anni e mezzo a natica mi sembrano davvero eccessivi. L’Ucraina ha puntato molto in questa manifestazione per rinfrescare la sua immagine, mi chiedo se ci sia riuscita. maxresdefault[1]
Scegliere solo uomini per condurre la trasmissione è stato decisamente sessista. Per la parte omofoba abbiamo il tizio vestito da donna con una stellona in testa. Spero non sia questa la loro idea di gender perché qui siamo al livello di viziettoparteseconda.
Anche la RAI ci ha messo del suo per rovinare l’evento, con commentatori poco professionali, tweet fuori luogo in sovraimpressione, ospiti oscurati, chiacchiere inutili sopra le canzoni. Lo streeming su YouTube mi ha risparmiato almeno questo, ho preferito tollerare il sorriso da paresi di Alex e Vova, piuttosto che immaginare come la RAI avrebbe potuto mandare tutto in vacca l’anno prossimo, se avesse vinto Gabbani. Dopo tutto questo baraccone ha ancora delle possibilità, in mano a chi è capace di gestirlo.

Roberta Billeri, 16 maggio 2017

 

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Joci Pápai “Origo” Ungheria

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Kristian Kostov “Beautiful Mess” Bulgaria

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NAVIBAND “Гісторыя майго жыцця” (Historyja majho žyccia) La storia della mia vita

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Salvador Sobral “Amar Pelos Dois”… con artistica improvvisazione

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NaviBand – Occidentali’s Karma (pajamas cover)……  scusa Francesco

 

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25 maggio 2017

Dopo quasi dieci giorni da questo articolo, l’unica canzone che è finita nella chiavetta che ascolto in macchina è “Beautiful mess” di Kristian Kostov. A questo punto, procedendo per esclusione, posso decretare che per me il vincitore dell’Eurovision Song Contest 2017 è lui… almeno per il momento.

Per far capire cosa intendo, il mio vincitore dell’edizione 2016 è IVAN, che non fu neppure ammesso in finale e non mi risulta che abbia stravenduto nel post festival, ma nella mia chiavetta ha ampiamente resistito alla prova del tempo. Il vero vincitore non è quello che si becca il premio e neppure quello che vende di più, vince chi effettivamente hai ancora voglia di ascoltare dopo un anno. Tutto il resto è solo teatro.

Quando la vita si distrae cadono gli uomini

L’altra mattina ero lì, a cercare su Internet un rimedio per farmi passare il prurito e ho trovato tre cure contro il cancro, varie soluzioni al conflitto in Siria ed un’efficace dieta dimagrante per Kim Jong-un, così finalmente si piace e la smette di tirare pezzi di ferraglia nel mare del Giappone.
Pensavo di indire una bella petizione “aboliamo il prurito” del resto è proprio a questo che servono certe petizioni online. Soprattutto quelle contro governi autoritari, notoriamente sempre così bisognosi di affetto e approvazione.

Chi mi conosce sui social, noterà che raramente mi abbandono a condivisioni di pancia sui mali del mondo. O per lo meno ho smesso di farlo da un po’. Non per menefreghismo o cattiveria, ma perché mi sono accorta che prendere posizioni al livello virtuale mi faceva passare il prurito. Inoltre il nostro tasso di attenzione è limitato e non riusciamo ad indignarci per più di una o due cose alla volta. Tenersi il prurito ti toglie quella pericolosa sensazione di benessere, che finisce con il farti abbassare la guardia.

Verso la fine di marzo in Bielorussia ci sono state manifestazioni contro la grave crisi economica, e certe nuove e fantasiose trovate del presidente Lukashenko per tassare i cittadini. Il caso ha voluto che contemporaneamente ci siano state manifestazioni anche in Russia, contro la corruzione, organizzate dal futuro candidato alle presidenziali contro Putin, Aleksej Navalny. La Russia si sa, fa più notizia. Così, mentre tutti gli occhi erano puntati su Mosca, San Pietroburgo e sull’arresto di Navalny, la polizia a Minsk ha preso a botte i manifestanti e ha fatto centinaia di arresti. Ci sono foto e video in rete, che mostrano ragazzoni in tenuta antisommossa che si accaniscono contro cittadini qualsiasi, non energumeni o black bloc, ma donne di mezza età, ragazze, uomini con i capelli bianchi; giù manganellate e via sul furgone.

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L’accusa è manifestazione non autorizzata, la stessa che ha fatto mettere in gattabuia Aleksej Navalny in Russia. A lui hanno dato quindici giorni di fermo e una multa (non so cosa sia successo agli arrestati in Bielorussia), resta il principio che ci sta dietro che è inaccettabile. Ritrovarsi schedato e contuso solo perché hai espresso pacificamente le tue idee in piazza. Si tratta del trattamento che rischiò Salvini, per aver sventolato un manifesto anti Renzi e una maglia del Milan in Piazza Rossa (lo stesso Salvini smemorato, che ha dichiarato che è stato giusto arrestare Navalny).

In Italia si può dire che Lukashenko l’ha fatta franca. La gente qui a malpena distingue la differenza fra Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia… (è opinione corrente che sempre di Putin si tratti) e il fatto che in un paese di cui nessuno si ricorda l’esistenza, la polizia abbia manganellato senza tanti complimenti casalinghe e pensionati non ha causato reazioni particolarmente scandalizzate. In genere le opinioni in merito si dividono fra pro Putin (hanno fatto bene, anche se non ho capito una cazzo di tutta la faccenda) e anti Putin (il perfido zar è l’origine di tutti i mali, eccetera).

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Aleksandr Lukashenko con Gérard Depardieu, mentre giocano a “braccia rubate all’agricoltura”

Rimane il fatto che quelle foto e quei video circolano tuttora in rete, alla faccia di Lukashenko, che già lo chiamavano l’ultimo dittatore d’Europa, ora è anche un gran cattivone. Sicuramente soffre di nostagia, era bello quando bastava manipolare un po’ la stampa. Ora basta che pisci un po’ fuori dal vaso che ti taggano su Instagram e quei pigroni dei giornalisti occidentali è lì che vanno a pescare le immagini e ci costruiscono tanti begli articoli. I danni sono solo alla sua reputazione, ovviamente. Luka è ancora lì a cercare soldi nelle tasche sempre più vuote del suo popolo e a escogitare nuovi modi per scucire aiuti alla Russia. Recentemente ha tolto il visto di accesso dall’Europa, ufficialmente per incoraggiare il turismo, ma qualcuno lo ha interpretato come una ripicca verso Vova Putin, che non sgancia più come prima. La Bielorussia era un paese prevalentemente agricolo, ma l’incidente di Chernobyl (1986) contaminò vaste porzioni di territorio a sud, che erano considerate fra le più redditizie e sono tuttora inutilizzabili per l’agricoltura. Inoltre, se si pensa che in questi trent’anni sono aumentati i casi di cancro anche da noi, che ci beccammo la nube radiattiva dopo che aveva attraversato tutta l’Europa, non serve fare il conto su quello che è successo là, che furono letteralmente presi in pieno.

Questo per dire che il fatto che di una cosa se ne parli oppure no, non sempre fa la differenza. Ci sono fatti che da noi non fanno più notizia e ci possiamo permettere il lusso di dimenticare, ma altrove c’è gente che ne paga ancora salate le conseguenze. La realtà è che dobbiamo imparare a convivere con il prurito. Non possiamo permetterci l’illusione di pensare che, in qualche modo, tutto sia risolto solo perché non se ne parla più, perché niente si risolve mai del tutto.

Pur avendo la tendenza ad essere troppo sincera, sono consapevole di non avere attitudine all’eroismo. Io sono più per i colpetti al cerchio e alla botte. Invece di sbattere la testa contro un muro, sono per cercare il percorso più agibile per oltrepassarlo, ma riconosco che ogni tanto serve prendere la rincorsa e saltare. Perché a monte serve qualcuno che agisca in modo concreto, scendendo fisicamente in piazza a sfidare i modi spicci della polizia. Il pericolo che corriamo oggi, però, non è dato dalla scarsità di saltatori di muri e neppure di quelli che provano a girarci intorno. Ma dalla moltitudine di coloro che i muri si limitano a condividerli sui social o a piazzarli nella foto del profilo con un bel fiocco, illudendosi di aver fatto tutto il possibile. Quelli che si fanno passare il prurito con un clic, una petizione che nessuno leggerà mai, una condivisione. Che si trovano la coscienza civile appagata per aver scritto qualcosa di dannatamente intelligente sul profilo Facebook la mattina dopo il caffellatte. Dopo, tutti a lavoro tranquilli, senza quel prezioso prurito che mantiene l’attenzione vigile. Così ci si illude e ci si delude da soli, abbandonando proprio le piccole lotte alla nostra portata, che farebbero la differenza a lungo termine. Piano piano i nostri diritti ci verranno tolti, uno ad uno, un pezzettino alla volta, e un giorno qualcuno ci impedirà di parlare e ci riempirà di botte. Perché un altro Luka sarà salito al potere, mentre eravano occupati a fare altro.

Roberta Billeri, 20 aprile 2017

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The wall

Michael Moore, nel suo documentario Bowling a Columbine (2002) analizzò le cause delle troppe morti per arma da fuoco negli States. Per fare dei confronti usò un altro grande paese dove tenere armi in casa non è considerato un taboo: il Canada. Ne venne fuori che in Canada tutti hanno uno o due fucili in casa, ma il tasso di morti per arma da fuoco è quasi irrisorio. I motivi, secondo lui, sono da cercare principalmente nel basso tasso di criminalità. Una politica sociale adeguata e l’assistenza medica gratuita fa sì che il cittadino non si senta abbandonato a sé stesso, quindi meno incazzato col mondo e meno portato a delinquere. Però, la maggior parte delle armi negli States sono concentrate nelle zone rurali, dove la criminaltà è praticamente assente. Paradossalmente, nell’America rurale è più probabile beccarsi una fucilata da un “cittadino onesto” che essere rapinati da una banda di teppisti. Infatti l’altra causa che Moore prese in esame fu proprio la paura del crimine stesso, anche quando ingiustificata. Una paura impressa, ai limiti dello sfinimento, dalla classe politica e dai mass media, nella testa di soggetti incapaci di gestirla.
Quella stessa paura ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. Anche gli stati di vecchia tradizione democratica, hanno votato Trump e il suo muro. Quel muro al confine col Messico, che ha promesso di costruire, in altri momenti storici lo avrebbe fatto passare per un imbecille, in questo, lo fa eleggere presidente degli Stati Uniti.
Anni fa in Italia ogni tanto qualcuno invocava un muro da costruire, sempre più a sud rispetto a dove era nato. A sud di Roma, a sud dell’Arno, a sud del Po. Ora la situazione è più complessa, non si può costruire un muro in mezzo al mare. L’intruso viene da lì, in barconi stracarichi a rischio di affondamento. Intrusi mezzo disidratati e bisognosi di cure mediche, che è un miracolo se sono arrivati vivi.

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Il vecchio telegiornale aveva la funzione di tranquillizzare. Anche se era successo un macello, si faceva notare che i soccorsi erano arrivati prontamente e le forze dell’ordine se ne stavano già occupando. Gli zingari rubavano anche allora, ma il telegiornale non se ne occupava. Gli omicidi facevano notizia più di adesso, ma la parte dedicata alla cronaca nera era infinitesimale.
Adesso la cronaca nera occupa la maggior parte del telegiornale. Gli omicidi sono raccontati con dettagli minuziosi. Viene data rilevanza alla nazionalità del malvivente, ma solo se è straniero. Un omicidio può occupare la cronaca per mesi e programmi televisivi a tema ci riscaldano la stessa minestra per anni. Questo martellamento si alterna a notizie manipolate come la storia dei famosi trenta euro al giorno e degli alberghi a cinque stelle. Gli stranieri fanno più notizia quando costano denaro o quando commettono reati, di quando annegano in 300 tutti assieme nel canale di Sicilia.
Non ho fatto un sondaggio sull’immigrazione, ma la maggior parte della gente che conosco sembra tendente al razzismo, anche se raramente lo ammette e soprattutto non si mostra intollerante con gli stranieri che conosce personalmente. Quello che gli aggiusta le gomme o la ragazza che pulisce le scale sono sempre brava gente. Gli altri sono potenzialmente pericolosi e soprattutto sono troppi, anche se il concetto di troppi è spesso relativo. Per dire, in una frazione con una strada sola e sei negozi, quanti stranieri minacciosi ci potranno mai essere, da giustificare frasi del tipo “qui non si vive più”?
Se chiedi chiarimenti ne viene fuori una conversazione del genere:
“Ti hanno rapinato?”
“No, ma mio cugino lo scipparono, aveva riscosso la pensione.”
“È successo qui?”
“No no.” E ti fa il nome di una cittadina più grande dove, una casistica di scippi, ci sarebbe comunque.
“Poi in quella villa là in bosco ci sono entrati i rumeni (o gli albanesi).” (per capirsi, rumeni/albanesi is the new “ladri”)
Ma l’Italia, prima dell’avvento dell’immigrazione, era davvero questa specie di Brigadoon innocente e incontaminata, che appariva  in mezzo alla nebbia ogni 100 anni? Ma non siamo stati proprio noi italiani ad aver esportato la mafia ovunque siamo emigrati? Nell’ultimo discorso Obama ha ricordato che gli immigrati messicani o i profughi subiscono lo stesso trattamento degli irlandesi, polacchi o italiani del secolo scorso. Perché è bene non dimenticarlo, per gli americani del secolo scorso, gli italiani erano gentaglia di cui non ci si poteva fidare. Così chi arrivava in America riceveva aiuto solo da altri connazionali, spesso finendo nelle file della criminalità organizzata. Del resto ogni forma di intolleranza genera una reazione uguale e contraria.
Un uomo fuggito dal Ruanda, dopo che gli hanno sterminato tutta la famiglia, in che modo potrebbe essere aiutato in patria? Un siriano che cerca di portare moglie e figli in salvo dalla guerra, dov’è che dovrebbe essere aiutato? Qui si tratta di negare il diritto a qualcuno di ricominciare a vivere solo perché abbiamo paura.
Abbiamo case sicure e riscaldate, cure mediche, cibo in abbondanza, ma siamo più spaventati di quando ci scaldavamo con braceri, morivamo di peste e mangiavamo cicerchie. Che cosa è successo al mondo occidentale? Perché riusciamo a fare così schifo?
Quando penso ad un muro penso a quello di Berlino, fatto a pezzi meno di trent’anni fa o all’antico Vallo di Adriano, in rovina e coperto di muschio, che avrebbe dovuto tenere fuori dai territori romani, quelli che poi sono diventati scozzesi. A me gli scozzesi sono simpatici, sono contenta che quel muro non abbia retto.

 

Roberta Billeri, 16 marzo 2017

Dodici bottiglie di sakè

Tutto cominciò con un cartone da dodici bottiglie di sakè. Erano bottiglie da 75 cl, con la forma di quelle delle acque in vetro. Molto sobrie, con l’etichetta anteriore scritta interamente in giapponese. La parte in italiano era stata incollata sul retro, assieme al codice a barre. La semplicità della bottiglia era disarmante, ma non deprimente. Quei pochi tratti pennellati nero su bianco sapevano di oriente ed erano belli a vedersi.
Creai un po’ di spazio nello scaffale, lo spolverai con cura e ci piazzai le bottiglie, con la bella etichetta rivolta verso il cliente. Poi ne presi una e la portai in ufficio per stampare il cartellino. Mi piaceva inserire prodotti nuovi. Un prodotto ben piazzato si vende meglio e collocarlo vicino ad altri prodotti similari rende la scelta più facile. Purtroppo il sakè era difficile da piazzare nella nostra cantina. Il colore trasparente fa pensare ad un distillato, ma non lo è, non ha neppure la gradazione di un liquore. Tecnicamente è una specie di vino, ma fatto col riso e non con l’uva e non c’era nulla nel nostro reparto vini che assomigliasse al sakè. Ora che ci ripenso non ricordo dove lo piazzai, ma a questo punto non ha più molta importanza.
Uscito il cartellino ebbi il sospetto che qualcuno all’ufficio acquisti si fosse bevuto il cervello: quarantacinque euro? Ma come si fa a mettere in assortimento, in un supermercato, un prodotto così di nicchia ad un prezzo così alto? Sto parlando di anni fa, quando i ristoranti cinesi erano ancora tutti cinesi. Nessuno di loro era diventato giapponese. Non c’era ancora l’invasione di sushibar e all-you-can-eat. Il Giappone tirava solo verso pochi appassionati e i ristoranti giapponesi erano rari, cari e poco frequentati. Purtroppo non ne avevamo nessuno nelle vicinanze, ci avrebbe fatto comodo, perchè non mi veniva in mente nessuno che potesse voler spedere una cifra simile in sakè a nove fusi orari da Tokyo. Un ricco giapponese divorato dalla nostalgia, forse. Ma non ricordo di averne mai visto uno, né ricco, né povero, di qualsivoglia stato d’animo nel nostro negozio.

Sull’etichetta posteriore c’erano pochissime, misere informazioni, scritte in italiano e quella anteriore era incomprensibile per la maggior parte dei clienti di passaggio e anche per quelli che non avevano avuto il tempo di passare.  Però, siccome l’animo umano è complesso, c’era comunque il rischio di vedersele rubare tutte, una ad una, anche solo per il prezzo. Così, un po’ a malincuore, cercai dodici collarini antitaccheggio. Io li ho sempre odiati. Quei cosi sono brutti a vedersi e si agganciano fra loro quando metti a posto le bottiglie, rischiando di farle cadere. Sono noiosi da mettere e da togliere, facili da rompere e soprattutto, almeno da noi, erano sempre troppo pochi. Ce n’era sempre qualcuno rotto in quella scatola, dove ci finivano le cose più improbabili, pezzi di grucce di plastica per mutande, fogli di caramelle, un portabadge rotto, un badge vecchissimo e illeggibile e soprattutto un consistente numero di antitaccheggi del tessile. Ogni tanto era necessario fare una puntatina al reparto abbigliamento, per uno scambio di ostaggi e un giro lungo la barriera casse, in cerca di collari che le cassiere avevano dimenticato di riportarci. Una volta ho suggerito una linea di comportamento verso un eventuale ladro di bottiglie colto in flagrante: sciagattarlo di schiaffi fino a farlo diventare astemio. Ma l’azienda non non ritenne opportuno seguire il mio suggerimento.
Misi il collare a tutte e dodici le bottiglie, con la sensazione che avremmo dovuto fare a meno di quei dodici collari per un sacco di tempo…

sake

Tre anni dopo, con la mia uniforme da cassiera, tornai a dare una mano al mio vecchio reparto. Era il periodo natalizio, il vino si vendeva come pane e lo scaffale della cantina dava un significato più ampio al concetto di vuoto. Perfino le bottiglie più care non sopperivi a rifornirle, con una sola eccezione. Le dodici bottiglie di sakè, che nel frattempo era sceso a trentanove euro, se ne stavano ancora lì, coperte da un leggero velo di polvere, ben allineate sullo scaffale. Tutte e dodici. Però qualcosa era sparito, mancavano quattro collari antitaccheggio. Accantonata l’ipotesi che un ladro dalla mente contorta avesse rubato l’antitaccheggio e lasciato lì la bottiglia, arrivai alla conclusione che fossero diventate la riserva di emergenza. Ne ebbi la conferma quando mi capitò di mettere a scaffale sei bottiglie di Brunello di Montalcino, costava venticinque euro, contro le trentanove del sakè, fu una scelta dolorosa, ma avevo finito i collari e il Brunello non sarebbe resistito a lungo senza farsi rubare. Il sakè è giapponese, sicuramente per schiodarlo da lì sarebbe stato necessario chiamare il direttore della fabbrica di sakè, per convincerlo che la guerra era finita. Togliendogli il collare ne approfittai per spolverarle un po’, una bottiglia polverosa fa vecchiume invenduto e le uniche che si lasciano vendere anche con la polvere sono le bottiglie di vino rosso. Non importa il valore, se c’è un po’ di polvere ed un etichetta pretenziosa sarà un successone.
“Ma voi siete ancora qui? Dopo tutto questo tempo?” Dopo tre anni che non ci vedevamo, almeno un po’ di conversazione ci vuole.
Le bottiglie tentarono un inchino, ma non si potevano piegare, comunque apprezzai il tentativo. “Che ci vuoi fare? Non ci conoscono. Prendono una di noi, si mettono a leggere l’etichetta sul retro, sfiorano con le dita quella davanti e dicono “Ganzo che è!” a proposito che vuol dire?”
“Vuol dire forte, bello, interessante… sai che non te lo so spiegare? Ganzo vuol dire ganzo. Però vuol dire anche amante, in un modo un po’ dispregiativo, ma non credo sia il vostro caso.”
“Sicuramente no, nessuna di noi ha mai fatto sesso.”
Fui tentata di chiedere cosa intendevano loro per “fare sesso”, ma non volli essere troppo indiscreta. In fondo non eravamo così intime per parlare di certe cose.
Una cliente si avvicinò per chiedere informazioni: “Scusi, ma dov’è il reparto ortofrutta?”
Le rispose una delle bottiglie di sakè: “Ma come ha fatto ad arrivare fin qui senza passarci in mezzo?”
La cliente mi guardò malissimo, io cercai di sorriderle e le indicai come trovare le sue zucchine e dopo minacciai la bottiglia impertinente con il collare che le avevo appena tolto.
Poi ebbi un ripensamento. “Ma… conoscete la disposizione del negozio?”
“Lo conosce lei.” Indicarono la bottiglia impertinente. “Tempo fa un cliente aveva letto male il prezzo.”
La bottiglia mostrò di tirarsela un po’, dopo tutto era l’unica ad aver viaggiato. “Mi lasciò alla cassa, quando seppe quanto costavo. Fui messa dentro ad un carrello assieme ad un sacco di roba da riportare al suo posto. C’erano yogurt, vasetti di passata di pomodoro, giocattoli, buste di affettati un po’ gonfie, patatine mangiucchiate, mutande, confezioni di merendine. La metà di noi era stata danneggiata e poi abbandonata sugli scaffali, gli altri li avevano lasciati alle casse. Ci furono molte perdite, sono esperienze che ti cambiano.”
“Quindi tu hai memorizzato tutto il supermercato in una volta?”
“Sono stata via per una settimana. La prima cassiera non sapeva cosa fossi e mi lasciò sullo scaffale della profumeria accanto agli oli da bagno. La ragazza del reparto mi riportò nel carrello delle cassiere. Poi mi hanno portato agli alimenti etnici e mi hanno lasciato accanto alla salsa di soya, nel tentativo successivo mi hanno messo con l’aceto balsamico. Quando sono tornata qui avevo visitato tutto il negozio. Lo conosco a memoria.”
Ero molto impressionata, si trattava di eventi rari. Per imparare a comunicare, una bottiglia, deve restare a lungo sullo scaffale. Mi era capitato in passato di scambiare qualche convenevole con un Vermentino Colli di Luni. Per troppa fretta avevamo continuato a mettere davanti le bottiglie nuove senza accorgerci che lei era in fondo, appoggiata al muro. Quando la notammo era diventata più scura delle altre e l’annata sull’etichetta tradiva la nostra distrazione. Quella bottiglia però non faceva ragionamenti complessi, si limitava a salutare un po’ e a ripetere qualche barzelletta o qualche battuta che aveva udito dai clienti, o da noi. Non mi è chiaro se in un certo modo fosse consapevole di essere lì o anche solo di essere qualcosa. Il sakè sapeva dov’era, cos’era, a che serviva e perfino quanto costava.

L’ultimo giorno di lavoro nel mio vecchio negozio fu molto triste, staccavo all’una, a quell’ora c’era poca gente a lavorare, salutai chi trovai, ma prima di andarmene passai dalla cantina. Le bottiglie di sakè erano ancora tutte lì, tutte senza collari, a quanto pare non le volevano neppure i ladri. Notai con piacere che qualcuno le aveva spolverate.
Mi salutarono: “Abbiamo sentito dire che ti hanno dato il trasferimento, ci mancherai.”
“Anche voi mi mancherete, ma mi avvicinano a casa, non potevo lasciarmi sfuggire questa occasione.”
“In bocca al lupo. Si dice così vero?”
Mi venne in mente una domanda che volevo fare da tempo:
“Cosa succede ad una bottiglia dopo che è stata bevuta? Cosa fa di voi quello che siete? Il contenitore, o il contenuto?”
“Io non so risponderti. So solo che il nostro destino è quello, poi può capitare che qualcuna di noi si rompa prima e questa è una tragedia. Io so solo che le bottiglie mezzo bevute che ho incontrato in quei carrelli non erano più le stesse. Ma non ho paura, spero solo di trasmettere ad altri quello che ho imparato, così che non vada perduto per sempre.”
“Sai che sono tentata di comprarti io?”
“Non voglio lasciare le mie compagne e con il tuo stipendio non puoi permetterti di prenderci tutte.”
“Prima o poi qualcuno lo farà, non ti pare? Qualcuno che non sa quanto sei speciale, ti stapperà, ti berrà e butterà il vuoto nella campana del vetro.”
“È proprio per questo che non voglio sia tu, tu non mi berresti. Mi condanneresti ad una non vita, accanto alle tazzine sbreccate di tua nonna. Non voglio diventare come quel Biondi Santi che tenete chiuso a chiave, è troppo vecchio, sentissi le cazzate che spara la notte! Per forza devono scaraffarli quelli là!”
“Ma tu sei unica.”
“Lo so. Modestamente.”
“E ti sembra strano che qualcuno voglia… conservarti?”
“Tutto quello che ha bisogno di essere conservato è morto, lo sai vero? Metteresti in frigo un pollo vivo?”
“Temo che farei conversazione anche con il pollo.”
“Con il pollo no, dai! Ti prenderebbero per matta.”

Roberta Billeri, 16 gennaio 2017